Codice automodificante: quando la fantascienza diventa (quasi) realtà

Codice automodificante: tra miti e realtà

Il termine “codice automodificante” evoca subito immagini da film di fantascienza: computer che si riscrivono da soli, virus che mutano per sfuggire agli antivirus, o intelligenze artificiali che evolvono in modo incontrollato. Ma al di là della narrativa, questa tecnica esiste davvero ed è stata usata in contesti molto specifici — anche se, nella maggior parte dei casi, è meglio evitarla.

Codice automodificante: definizione e meccanismi

Il codice automodificante è un programma che, durante la sua esecuzione, altera se stesso per modificare il proprio comportamento. Questo è possibile solo in architetture dove codice e dati risiedono nella stessa memoria, come nell’architettura von Neumann.

Requisiti tecnici:

  • Un microprocessore che permetta la scrittura nella memoria dove risiede il codice;
  • Un sistema che non separa rigidamente istruzioni e dati (a differenza dell’architettura Harvard).

Attenzione: Non si tratta di magia o di un’IA che “impara da sola”, ma di codice scritto esplicitamente per modificarsi.

Quando si usa (e perché è rischioso)

Questi sono possibili casi d’uso di questa tecnica:

  • Sistemi embedded con risorse limitate, dove il set di istruzioni è ridotto al minimo;
  • Ottimizzazioni estreme, ad esempio in algoritmi critici per le prestazioni;
  • Tecniche di offuscamento (usate anche da malware per eludere il rilevamento).

Bisogna però tenere presente dei grandissimi rischi che ci sono nel suo utilizzo:

  • Debugging complesso: Trovare bug in codice che cambia dinamicamente è una sfida;
  • Sicurezza: Un errore può portare a comportamenti imprevedibili o vulnerabilità;
  • Manutenibilità: Il codice diventa difficile da leggere e aggiornare.

Regola d’oro: Usarlo solo se non ci sono alternative.

Il caso Simpletron: un esempio pratico

Nel corso di linguaggio C, abbiamo sviluppato una CPU virtuale chiamata Simpletron, con un set di istruzioni molto limitato. Anche operazioni semplici, come la stampa di un array, richiedevano l’uso di codice automodificante.

La versione di Simpletron che abbiamo sviluppato sinora non ha istruzioni per iterare su un array in modo dinamico. La soluzione? Modificare il codice durante l’esecuzione per “simulare” un ciclo con un indice che accede ad una zona contigua di memoria.

Nel video illustro come sia possibile estendere il set di istruzioni di Simpletron, aggiungendo operazioni per gestire array e loop senza ricorrere all’automodifica. Questo ha reso il codice più leggibile, sicuro e manutenibile.

La maggior parte dei microprocessore dispone di questo set di istruzioni minimo in modo da non richiedere l’utilizzo di tecniche di programmazione potenzialmente problematiche come quella descritta in questo articolo.

Come evitare il codice automodificante

Se vi trovate a dover usare questa tecnica, chiedetevi:

  • Posso estendere il set di istruzioni del mio sistema?
  • Esiste un algoritmo alternativo che non richieda automodifica?
  • Il guadagno in prestazioni giustifica la complessità aggiuntiva?

Nel video collegato, mostriamo come abbiamo risolto il problema in Simpletron senza ricorrere a questa tecnica.

Il codice automodificante è uno strumento potente, ma da maneggiare con cura. Nella maggior parte dei casi, è meglio investire tempo nella progettazione di soluzioni più pulite e manutenibili.

Avatar Paolo Godino